Dobbiamo un gallo ad Asclepio.

giovedì 17 maggio 2012

TRA NOI MASCHIETTI

Il telefono si mise a squillare alle 6,30, ci misi un pò a venir fuori dalla tenebra poichè non avevo previsto una sveglia tanto per tempo. Una voce biascicò in un francese grammaticalmente corretto ma di accento palermitano; non un 'allo', un 'pronto', un nome proprio. Mentre mi sbolliva la furia per il risveglio contronatura, a mano a mano che emergevo dal nulla, il cervello aveva analizzato per conto proprio fornendomi le indicazioni del caso. Non intendevo dargli la soddisfazione di fingere di non aver capito, gli dissi semplicemente . 'Fait-il beau à Palerme ?', non si diede per inteso fornendomi en-passant l'informazione e continuando imperterrito a rovesciare inezie nella cornetta, prima di comunicarmi che disponeva di due inviti ad un convegno di commercialisti a Siracusa. Cadevo dalle nuvole : ' Che ne diresti di accompagnarmi, così ci vediamo anche una tragedia ?' Quando mi si parla di Siracusa e di teatro greco le mie difese si abbassano, 'Si può fare' risposi cauto, 'benissimo, allora metti qualcosa in borsa perchè mi trovo al bar di S.Lucia vicino a casa tua, ho già i biglietti, prenotazioni per pranzi e cene e una notte in agriturismo.' Mi aveva avuto. Non è che fossi stupito se non della mia incauta cautela, quel tipo era fatto così: ti chiamava a mezzanotte invitandoti ad una festa alle fiaccole in un palazzo barocco della 'Vucciria' in cui sarebbe intervenuto un noto intellettuale  tedesco, oppure alle 4,30 per andare a prendere la prima copia del 'Giornale di Sicilia' calda di rotativa che ti sporcava le dita, per il piacere di leggere i necrologi prima di tutti, sbocconcellando un cornetto bollente di forno e sorseggiando un caffè antelucano del primo bar che alzava le saracinesche di fronte all'Orto Botanico'. Così mi ritrovai nella sua Punto bianca  con comandi speciali per andicappati, sull'A19, quel magnifico simildeserto tra il Tirreno e il Canale di Sicilia che adoro, stropicciandomi mentalmente le mani, perchè tutto mi tornava comodo, perfino l'appuntamento col marchese G., cultore di storia locale, il cui palazzo si trovava di fronte a quello senatorio: gli avevo chiesto una presentazione al Sindaco. L'amico mi raccontava di aver preparato un indirizzo di saluto ai Convegnisti che avrebbe letto; non è che mi capacitassi molto sapendo che non aveva nulla da vedere con i commercialisti, ma la cosa non mi riguardava, ero soddisfatto di aver risolto al meglio il mio problema siracusano, mentre il marchese mi dava conferma di potermi ricevere alle 16, l'amico cercava di curiosare con chi parlassi ed io lo eludevo brillantemente. Appena fummo sulla piazza col singolare duomo mezzo greco e mezzo cristiano, il mio amico iniziò una discussione col vigile a proposito del parcheggio che era vietato, poichè lo scambio diveniva concitato lui indicò l'emblema sul parabrezza e tirò anche fuori il tesserino e l'auto restò lì. Giungemmo all'ascensore del palazzo comunale che era fuori servizio, si trattava di fare un piano assai comodo: neanche per idea, andò in portineria e chiese gli fosse aperto l'ascensore riservato al sindaco e poichè non si poteva si mise a braccia conserte e disse che lo portassero al piano su una sedia a braccia (non mancò di esibire il tesserino): l'ascensore venne aperto ed entrammo nella sala consiliare dove i lavori della mattinata erano alle ultime battute; si recò immediatamente al tavolo della presidenza con i fogli della sua orazione e parlottò col Presidente cui lasciò il documento, notai che quello sfogliava 4 o 5 pagine perplesso. Mi disse che avrebbe fatto il suo intervento tra poco. La seduta fu tolta e lui tornò dal Presidente confabulando più a lungo del necessario, mi disse che il suo saluto sarebbe stato letto a inizio lavori del pomeriggio, capii che se lo volevano levare di torno senza offenderlo, infatti disse che il Presidente lo aveva molto ringraziato per il suo cortese indirizzo cui aveva dato una sbirciatina. Era prevista una colazione in prossimità della piazza, quando arrivammo  gran parte dei convegnisti era andata via, non fu memorabile e pagammo. Alle 16 gli dissi  che mi sarei assentato per un'oretta  mentre lui sarebbe andato al convegno per leggere il suo 'saluto', lo avrei raggiunto. Il palazzo era imponente, alcuni dei locali a pianoterra erano locati ad un partito di estrema destra e lo trovai del tutto naturale. La famiglia discendeva da un cavaliere gerosolimitano, da un gran Cancelliere dell'Ordine  e vescovo di Malta, da un marchese ministro della guerra, maresciallo di campo,gentiluomo di camera, cavaliere di S.Gennaro e di altri ordini equestri, illustre letterato e poeta, insigne traduttore di Grazio Fiacco, delle satire di Persio e Giovenale, nonchè dei Doveri di Marco Tullio. Un Alfio ottenne il titolo di 'don' nel 1622, un Tommaso proconservatore di Siracusa, 1655, un Francesco Mario giurato di Siracusa, 1663, Giuseppe Capitano Giustiziere ,1703 e senatore 1709, Francesco Mario giurato nobile,1744 e senatore nel '30, Filippo nel 1797 ottenne l'ambito titolo di marchese ; latinista e poeta distinto, raggiunse perfino il privilegio di cittadino palermitano nel 1832: che altro ! Passavo in rassegna tanta gloria mentre marcavo i gradini dello scalone d'onore. Venne ad aprirmi un maggiordomo dal sopracciglio inarcato :' Il marchese l'attende nello studio' e mi guidò per una fuga  di anticamere, camere, sale, salotti, saloni e boudoir in marmo, colonne e affreschi di scene mitologiche, battaglie, cacce, festoni e santi in gloria. Tutti questi ambienti, nessuno escluso, erano rigorosamente vuoti : non un mobile e neanche una sedia, non un tappeto; i nostri passi echeggiarono indiscretamente  fino ad una parete : ero sbalordito, l'uomo con ampio gesto teatrale la indicò spingendo quella che mi accorsi essere una porticina di servizio dissimulata nella decorazione ; si aprì un vano ed entrai da solo nello sgabuzzino che sarà stato profondo non più di un metro e mezzo, ma si estendeva per circa quattro; nella parete opposta  era stato sistemato un lungo ripiano che fungeva da scrivania, supporto del computer ed era disseminato di libri e carte. Ci salutammo amabilmente e mi indicò uno sgabello; stava redigendo la storia di una nota famiglia di guitti  locali ormai estinta da tempo conosciuti per la loro villa che avevano edificato nella Latomia Paradiso che era stata adibita ad albergo nel' 800, di cui si era parlato in occasione di un soggiorno di Churchill negli anni 1950 senza parlare dei danni che vi avevano apportato due ragazzini miei ospiti a metà degli anni 1970, quando si trovava in uno stato di totale decadenza, tale che la nostra tovaglia lussuosamente ricamata era piena di buchi e quelli si divertirono ad allargarli il più possibile e dato che il personale scarseggiava ed il gioco era delizioso passarono agli altri tavoli sbrindellandoli completamente.  Convenuto l'incontro col Sindaco mi accommiatai facendo i migliori auguri per la fatica in corso. Tornato al convegno chiesi al mio amico del suo 'saluto' : 'no, sarà letto dal presidente alla chiusura'. Il convegno si chiuse e il volto del mio amico si oscurò completamente; andammo a sederci al bar ed ebbe inizio una contestazione col cameriere, ma mi raccontò di aver litigato con un altro vigile per l'auto; era tanto accigliato che cominciò a proferire insulti a vari indirizzi utilizzando parti genitali e virtù discutibili in ipotesi del genere femminile. Lo aveva già fatto altre volte, e gli dissi di smettere perchè non ero uso a quel linguaggio. Mi rispose che il Presidente era un farabutto, lo aveva preso in giro e non possedeva un minimo di creanza; gli uscirono di bocca valanghe di vituperi e ingiurie; gli dissi che ne avevo abbastanza, che la smettesse e fu stupito dal mio tono gelido: ' Ma io credevo che tra noi maschietti ...', precisai in tono tagliente di non appartenere a quel genere di maschietti, gli feci il viso delle armi e si ammutolì. Come era sua abitudine cambiò discorso, si fece allegro e mi comunicò che il programma comprendeva una cena in un luogo molto panoramico dopo teatro. Così ci avviammo e lui alla barriera pretendeva di passare con l'auto fino alla cavea, a questo scopo indicò il parabrezza; non se ne parlava; poichè la cosa non si risolveva mi consegnò un biglietto e mi disse di andare a sedermi, sarebbe arrivato dopo aver telefonato al suo ente. Arrivò un quarto d'ora dopo in barella, non mi stupii, ma i Convegnisti, nel cui settore ci trovavamo, e che lo avevano riconosciuto dalle affabulzioni col Presidente cominciarono a parlottare. Le esibizioni del mio amico erano più ingombranti dell'intera opera di Sofocle, sicchè col pensiero continuamente teso alle sue imprevedibilità, escandescenze e stranezze non riuscii a seguire la rappresentazione che mi passò davanti come la corrente di un ruscello senza lasciare traccia. Alle 21 circa eravamo al molo dove un motoscafo attendeva per trasportarci al ristorante  situato sul promontorio dalla parte opposta del porto grande, effettivamente una posizione magnifica dalle sue luci, in una serata piacevolissima di giugno, disseminata di luminarie. A bordo i Convegnisti in abiti eleganti (le signore erano passate dal parrucchiere) si misero a cantare in coro il repertorio delle canzoni degli ultimi 30 anni; noi non legavamo con nessuno, non conoscevamo nessuno, stavamo in disparte; non avevo avuto la più lontana idea che egli mi avrebbe portato tra gente che mi avrebbe percepito come sgradevole; una simile eventualità era estranea al mio carattere alle mie attitudini sociali, mentre a lui non importava nulla eccettuata la concentrazione su se stesso. Atterrammo sulla sabbia e non fu difficile individuare tra canne e tamarischi la scaletta in cima alla quale fui accolto da una deliziosa creatura smagliante coperta di soli veli e di un sorriso ammaliante: le feci i complimenti del caso, assai graditi. Andammo a sederci ad un tavolo per  10 o 12 persone ma poco dopo qualcuno ci chiese di lasciarlo essendo già preso da un gruppo di convegnisti; finì che ebbimo un tavolo da soli, ma dopo qualche minuto  il mio accompagnatore decise di spostarsi, scegliendone un'altro che si trovava a ridosso delle cucine e sull'orlo della scarpata buia, vidi che roteava gli occhi come una belva in cerca di una preda  mentre ero preoccupato dal continuo acciottolio  delle stoviglie, da porte a molla che sbattevano, andirivieni di camerieri, ordini e bestemmie, sguatteri che gettavano rifiuti nei contenitori accanto a noi ; ero troppo angustiato per fare la più piccola osservazione che mi avrebbe condotto chissà dove e mi giungevano alle narici gli effluvi maleodoranti della cucine, della rigovernatura. Poi improvvisamente una bambina di 4 o 5 anni arrivò dal tavolo vicino, tornò dai suoi giovani genitori, ritornò mostrandomi un giocattolo, facendomi un discorso che non riuscii a capire, perchè in realtà non parlava con me, mi voleva solo a testimone della sua  ragionevole esistenza; alla fine decise che il nostro tavolo era più interessante del suo e si accomodò decisa e dopo un pò arrivò la mamma scusandosi per l'invasione e poichè era carina la invitai a sedersi. Intanto il mio amico si era allontanato e si aggirava inquieto tra i tavoli, lei incurante mi disse di essere argentina, era passata per turismo ed era rimasta per sposare un gioielliere del luogo di cui vendeva le creazioni in una boutique del centro, abbassava la voce come dicesse cose che era meglio il marito non udisse, ma mi accorsi che era sparito; non riuscivo a concentrarmi su di lei che continuava a parlare dandomi appuntamento per l'indomani al negozio, sentii delle voci e mi resi conto che il mio amico stava parlando a voce alta al tavolo del Presidente, infine urlò : 'Ti rompo il culo' sul collo delle signore ingioiellate, ben vestite e profumate che sussurravano; nessuno si diede per inteso, lo ignorarono anche se, plausibilmente, erano un pò intimoriti, mentre guardavo la scena l'argentina mi salutò frettolosamente e si eclissò con la sua bimba, non era arrivata a darmi l'indirizzo, non la vidi più. Il mio conoscente (lo avevo degradato sul campo), doveva sentirsi appagato perchè tornò assentendo col capo a se stesso, era torvo e mi informò che aveva deciso di andarsene, avrebbe telefonato ad un motoscafo. Gli dissi che facesse come preferiva, io sarei tornato come ero venuto, rinunciò; mi dava fastidio di essergli assimilato, ero furibondo di non potermene liberare. Ricorsi, dunque, ad un mio vecchio trucco in simili contingenze: uscire fuori dalla situazione reale e pensare ad altro; stavo in una magnifica baia, in una notte di stelle di prima estate ed avevo rivisto quell'incantevole ragazza svolazzante nei suoi veli rivolgermi uno sguardo condiscendente, ma il punto non era quello, dunque, mi rivolsi a Tucidide, alla relazione da lui fatta ne ' La guerra del Peloponneso' della battaglia navale tra la flotta ateniese e quella siracusana nello specchio d'acqua antistante, nell'estate del 414 a.C. : i Siracusani avevano 80 triremi, si sentivano militarmente inferiori, ma possedevano rematori e timonieri di prim'ordine. Non so quale loro stratego si sia inventata l'idea di munire le prue di una trave appuntita, tutto era affidato alla perfetta conoscenza di ogni angolo del porto, all'abilità del timoniere e alla prontezza e potenza dei rematori. Gli Ateniesi furono colti di sorpresa quando un numero rilevanti delle loro navi colò a picco con la fiancata sfondata dal rostro invisibile che era stato collocato a pelo d'acqua: fu una catastrofe imprevista per Atene e la responsabilità era di Alcibiade, l'allievo di Socrate che aveva propugnato l'impresa e non si era arrestato neanche ai cattivi auspici della profanazione delle Erme avvenuta poco prima della partenza della spedizione. Da quel momento le sorti di Atene periclitarono e Sparta diede la spallata finale spodestando la potenza egemone del mar Egeo. Giunsi alla scaletta dove la ragazza mi aspettava, le dissi qualcosa di carino e le promisi che sarei tornato per uscire con lei, annuì seria ed io discesi. Non ebbi più voglia di parlare al mio compagno che avevo ormai degradato (in tali decisioni sono irremovibile), era tardissimo e dovevamo raggiungere il nostro riparo notturno, fuori città in un entroterra ignoto, sulla base di informazioni telefoniche; dopo aver traversato villaggi e fatto altre telefonate ci inerpicammo per le colline, stradine disagevoli, sfossate e sassose, zone boschive di pietraie e conigli che ci balzavano incontro con baleni di occhi arancione; il mio compagno aveva recuperato il buon umore e tentò di accopparne un paio sprezzando il pericolo della strada che da un lato strapiombava nella falesia . Erano le tre del mattino e alle quattro e mezzo avvistammo le luci e guadagnammo il parcheggio; tutto vi era lindo, ordinato e ben illuminato; una giovane donna uscì dall'edificio centrale venendoci incontro, ero stupito da tanta accoglienza a quell'ora, ma si trattava di una cliente scesa a cercare qualcosa nell'auto, all' orizzonte si indovinava il primo baluginare e il mio compagno l'abbordò immediatamente; la giovane era la compagna di un regista cinematografico, indicò la finestra accesa al secondo piano , il mio ex-amico mi ingiunse : 'tu vai a dormire', intendendo che avrebbe avuto un seguito con la donna che non sembrava aver sonno nè fretta di tornare a fianco del dormiente del secondo piano. Fui ben lieto di augurare buonanotte  o giorno che fosse, mentre sbadigliando annaspavo verso un sospirato giaciglio di qualsiasi genere e tuttavia non potei impedirmi il ricordo di una frase della moglie del mio accompagnatore proferita in occasione di una delle sue improvvide uscite di seduttore di basso rango :'...da molto tempo non è più in grado di fare niente'. In tarda mattinata familiarizzai con la studentessa che teneva il bar, parlando di letteratura francese, era carina e le promisi in totale malafede che sarei tornato a trovarla, intanto pensavo che a Siracusa spira un'evidente brezza afrodisiaca. Il rientro avvenne in silenzio assoluto, perchè lasciai regolarmente cadere qualsiasi osservazione del pilota, nè mi offrii di sostituirlo: si rese conto di avermela combinata grossa, infatti qualche tempo dopo mi chiamò in italiano declinando le sue generalità, per scusarsi. In seguito ricevetti una o due telefonate in francese demotico e anonimo, ma aveva perso ogni potere, non ne seppi più nulla eccetto da amici che mi dissero che i biglietti di quell'invito appartenevano a sua figlia, commercialista e con amici nel gruppo dei Convegnisti..

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