Dobbiamo un gallo ad Asclepio.

giovedì 1 marzo 2012

HERDER E IL CONCERTO K466 NEI RAGGI DEL SOL LEVANTE

Uno dei pilastri della linguistica tardo-illuminista è l'ipotesi di una relazione organica e storica tra nazione e strutture conoscitive ed espressive. Si tenga presente che i linguisti fino a quel punto erano semplici grammatici; l'ondata di interessi medievali nella II° metà del XVIII° sec. che recuperò il folclore  e condusse alla formulazione del concetto di nazione ebbe come epifenomeno il pastiche di Macpherson il cui intento probabile era il conferimento di un passato illustre alla letteratura britannica, utilizzando brani di antichi canti popolari legati insieme in poemi dalla propria creatività e fatti passare come creazione di un bardo scozzese inesistente: successo enorme in Europa, ci cadde perfino Goethe. Certo è che l'illuminismo condusse alla ricerca  delle radici nazionali storiche e popolari delle lingue e alla fondazione della linguistica moderna. Si giunse in Germania  ad una concezione storico-territoriale  ed etnica della cultura  secondo cui c'è relazione tra elaborazione linguistico-espressiva di una nazione e condizioni di vita  dipendenti dal territorio, clima e accidenti storici. Queste concezioni hanno scavato profondamente nella cultura europea e stanno alla base del nazionalismo politico e del razzismo come fu possibile costatare nel 1922 alla comparsa dell'opera di Spengler che portava ad estreme conseguenze teorie di Herder rielaborate da Humboldt. Egli esprime un'opinione morfologica delle culture: il mondo in quanto storia si manifesta in fenomeni unici e irripetibili privi di razionalità (Nietzsche). Non esiste progresso lineare  dalla preistoria alla storia, ma una ciclicità di tipo organicistico. La cultura è fenomeno chiuso e si esprime in uno slancio che finisce per esaurirsi trasformandosi in civilizzazione. Tutto il sistema è basato su un punto di partenza accidentale, sulla razza e sull'ambito geografico ; le culture non sono intercomunicanti perchè non è possibile mutuare un mondo simbolico-linguistico. Oggi  sperimentiamo mescolanze e innesti sulla scia del maggior laboratorio culturale conosciuto che fu quello USA, per ragioni contingenti di popolamento accelerato,  che a quei tempi non possedeva un'attrezzatura  critico-pedagogica tale da poter essere utilizzato, la cui precoce esperienza fu presa di sottogamba dagli studiosi europei per un malinteso sentimento di superiorità ; tuttavia una delle maggiori università USA era giunta già verso il 1920 alla conclusione che le invasioni culturali forzate di un Paese in un altro più debole producono sfracelli.  Il fenomeno della contaminazione culturale oggi è sotto gli occhi di tutti e dispiace rilevare che l'Italia  sia il Paese più rozzo e ignorante , diffidente e razzista con quel partito abnorme e antinazionale (nonchè antieuropeo) che soffia sul fuoco dell'altro unicamente preoccupato dei guai economici e giudiziari della propria cricca. Ho avuto la fortuna di fare le mie esperienze interculturali fin dagli anni 1960 spinto da maestri che mi esortavano ad uscire dalle strettoie  della mia cultura provinciale, sprofondata nell'autoreclusione italica  causata dal ventennio fascista. Ebbi modo di entrare in contatto con la cultura giapponese a partire dal cinema, poi ci furono i ristoranti, ma era già disponibile l'esperienza letteraria dei seduttori di fine secolo che usavano mostrare alle signore la loro collezione di stampe giapponesi(rigorosamente erotiche), i servizi da te e da caffè di prozie e nonne che erano meravigliosamente raffinati, la calligrafia già abbondantemente reputata, i rituali sociali affascinanti, i deliziosi disegni, una letteratura che non si capiva bene quanto fosse aderente all'originale... Questo piano culturale, assieme all'arte dei giardini, all'ikebana, all'abbigliamento e al trucco godibili malgrado l'esoticità, la casa, il modo di viverla e di ricevere, non presentava alcun problema alla mia sensibilità. Nel 1980, invece,i ncontrai difficoltà su due soggetti : la musica e il teatro che comportavano un trasferimento dell'esperienza  dal campo ottico a quello sonoro. Nel frattempo avevo rielaborato le mie nozioni sulla cultura di chiara ascendenza  germano-romantica, ritenendole opinioni superate. Ma ora il teatro e la musica  riproponevano le tesi tedesche dell'incomunicabilità linguistica  che proprio negli anni 1960 riscuotevano successo psicologico nel cinema di Antonioni. Queste due forme espressive  non trovavano alcuna eco in me, nè l'esperienza della musica araba migliorò le cose, non feci che radicarmi nella convinzione che le idee dei linguisti tedeschi erano buone. L'aspetto sonoro delle culture ha un valore specialissimo perchè attiene ai valori linguistici ;  diciamo che la lingua è un sistema sonoro-significativo di rappresentazione  sia concreta che astratta da cui la musica deriva come sistema di rappresentazione puramente astratto. Il più importante dei luoghi comuni  che veniva spazzato via dal mio contatto con musica e teatro orientali era quello secondo cui la musica abolirebbe ogni distanza culturale ed erudita essendo percepita immediatamente indipendentemente dall'educazione: non era così e Humboldt aveva ragione. Negli anni 1990 feci una nuova esperienza frequentando quotidianamente ambienti musicali parigini; mi resi conto che le compagini orchestrali includevano degli orientali; stando nei conservatori presi atto della presenza di un numero crescente di allievi giapponesi, il Giappone produceva già da tempo pianoforti e violini, strumenti estranei alla sua cultura. Costatai che gli esecutori giapponesi stavano trasformandosi in virtuosi. Mi si pose, dunque,un nuovo problema : gli Occidentali sembrano incapaci di penetrare un mondo espressivo orientale ma il fenomeno è unidirezionale visto che i Giapponesi aderiscono entusiasticamente alla nostra tradizione culturale sonora che è l'esperienza più ardua implicando il recupero di significati dal suono. Il culmine di questa esperienza si verificò la sera  in cui mi trovai ad ascoltare la Camerata Salisburghese nell'esecuzione del concerto K466. Era l'ambiente più tradizionalista possibile in cornice rococò, organico nella struttura dell'epoca con piano circondato dall'orchestra e solista che fungeva da direttore. Quando si ascolta  un brano stranoto è difficile riuscire a recuperare significati poichè l'opera d'arte risulta appiattita e schiacciata  dal suo stesso successo che la banalizza. Ma propriamente questo era il fenomeno che mi stava innanzi : l'esecuzione era straordinaria non solo per me ma per tutta la sala austriaca  delirante: la pianista fu costretta a piegarsi fino a terra un numero incredibile di volte perchè il pubblico la richiamava con ostinata insistenza ; mi accorsi che i suoi occhi a fessura erano lucidi, gli occhi di Mitsuko Uchida .

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