Dobbiamo un gallo ad Asclepio.

lunedì 21 marzo 2011

Sulla riva












Da Villiers è agevole raggiungere il pont Levallois, capolinea della 3 .Andai indolente lungheggiando la Seine per l'argine verde nel pomeriggio inoltrato, dolce in luce dorata, grato di aliti leggeri che sommovevano le tende; di fronte la ripa della Jatte, andavo pigramente per il quai Michelet nel tramonto giallo estenuato dalla sua stessa lunghezza. Sapevo delle peniches ormeggiate stabilmente alla riva destra,abitazioni, abbandonate ,ristoranti. Scelsi quella che sul cartello in terraferma, davanti la passerella, inalberava il nome pùi suggestivo che ho dimenticato e aveva l'aria linda dalla passerella che cigolò, mentre la percorrevo, annunciandomi, sull'acqua quasi ferma e verde di alghe marcite; andai ad un tavolo addossato alla fiancata da cui venivo che mi permetteva di osservare il fiume e l'argine scosceso in quel punto della Jatte; doveva esserci un circolo canottieri in zona perchè passavano iole il cui arrivo percepivo prima che la prua fosse inquadrata nell'apertura della peniche per lo sciabordio dei remi in cadenza. Il silenzio era pressochè totale o meglio, si individuavano chiaramente i pochissimi suoni presenti , il personale e gli occupanti di un unico tavolo si muovevano con passo felpato o parlottavano sottovoce impercettibilmente. Dapprima chiesi al cameriere 'Le Figaro' che avevo indovinato con altra stampa sulla mensola, era chiaro che lì nessuno aveva fretta :mi piaceva scorrere quelle che denominavo 'les delices du Figaro'(oggi non ci sono più),le inserzioni immobiliari che mi permettevano fantastici giri della città dai punti di vista più insoliti, eterogenei e suggestivi, una specie di guida dello spaesamento quotidiano in Paris, per utilizzare la quale ti attaccavi al telefono non dopo le sette del mattino; non mi sarei perso quelle gioie per l'oro del mondo. Mi deliziavano le espressioni descrittive come il riscontro sul luogo, i nomi delle vie più improbabili, era una guida di fiaba di una Paris estranea agli estranei: Vue imprenable sur...,chambre de bonne,studette, dame 85 malade viager, pied-à-terre sur cour, r.Vineuse, r.de la Pirouette, Montsouris, Grande Truanderie, la Rapèe, Point du jour, passage d'enfer, Chat-qui-peche ,Jeuneurs, Vide-gousset, Chateau-des-Rentiers, Glaciere, Brouillards...Non credo di aver mai letto un solo articolo di quel giornale. Conclusa la mia passeggiata di fantasia mi guardai attorno, dall'altro lato del quadrato un tavolo ortogonale accanto alla finestra, l'unico occupato, con i maschi doverosamente faccia al muro(meglio alla paratia) e l'unica donna con diritto di spaziare per la civetteria da ristorante che è quel tipico tradimento ottico che raramente si conclude con brancicamenti nelle tolette per quanto le donne siano specialiste in questo ramo dello scibile. Stabiliti i principi primi della serata ordinai la mia cena che ho dimenticato, forse una trota alla mugnaia e dello Chablis. Amavo molto questo genere di passeggiate al di là dell'ultimo anello cittadino che a Paris ti riconducono ad esperienze letterarie come la pittura impressionista e il cinema di un tempo, l'atmosfera della guinguette cara ai Renoir padre e figlio che nella mia mente si fondeva con quella diversa della peniche ma viziosamente per sublimazione. Ero uscito col proposito di sedermi su una riva dove attendere il passaggio del cadavere del tempo. Serata piacevole,pesce e vino bianco fresco, fui servito ammodino,notavo l'assenza del continuo stridore di sedie spostate che afflige i ristoranti italiani dalle orecchie rozze. Non sono, però, tanto sicuro che la mia attesa sia stata coronata, mi pare che imboccai la passerella in senso inverso, ormai notte, aggrappandomi alla corda ondeggiando e provocando un baccano infernale forse per la piacevole ebrietà. Alcuni mesi dopo decisi di ripetere l'esperienza che mi era piaciuta, tornai per recuperarla, ma come avviene in certi casi girovagai per il quai Michelet invano, non mi ritrovavo, dubitavo fosse quello il posto, in ogni caso della peniche nessuna traccia. Ritenni di aver confuso ricordi, forse ero andato più a sud a Puteaux o peggio a Seguin.. La persuasione conclusiva fu che tutto quanto ho raccontato me lo ero sognato, non era mai avvenuto ed era evidente data la premessa insensata dello sperare di veder passare il cadavere del tempo. Lo attribuii ad una lieve forma di malinconia ipocondriaca che mi assillava falsando i miei giudizi; mi confortò il riflettere sulla psicologia della gesthalt e mi pacificai del tutto. Se un cadavere ha da passare sul filo della  corrente è il mio, il tempo ha l'eternità  dalla sua e non conosce fretta. 

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